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Il curriculum di un critico - attore
Premio
Nobel per la Letteratura nel 1969. Relatore e performer presso il
Glendale Community College in California e al Trinity College di Dublin,
ha tenuto numerosi interventi sul Teatro Contemporaneo in diverse Scuole
e Università italiane e straniere: si rammenta fra l’altro che al
“Beckett in Berlin 2000”, simposio
mondiale organizzato dall’Università di Baltimora e dalla Humboldt di
Berlino, oltre che dalla “Beckett Society”, della quale fa parte, ha
presentato l’inedito e singolare saggio Numerical references in
‘Krapp’s Last Tape’ . Lo studio, che considera il rapporto numero-parola
in una delle più suggestive pièces
beckettiane, dimostrando passo dopo passo, battuta per battuta, la
predilezione di Beckett per il numero tre e i suoi multipli, è
diventato parte fondamentale della miscellanea di saggi Samuel
Beckett: Endlessnes in the Year 2000. Samuel Beckett: Fin sans fin en
l’an 2000, a cura di Angela Moorjani e Carola Veit, Amsterdam – New York, 2002.
Punto di riferimento sugli studi beckettiani a livello internazionale
per essere mirabilmente riuscito ad unire competenza e conoscenza di
Beckett dal punto di vista sia scenico che drammaturgico, lo studioso,
oltre che fine operatore culturale, è attore, regista, scenografo, con
un background che spazia da Euripide a Eschilo, da Pirandello a Ionesco,
da Beckett ad Arrabal. Numerosissimi i suoi rapporti con studenti ed
appassionati di Beckett, finalizzati alla realizzazione di studi,
messinscene e tesi di laurea. In proposito, fondamentale strumento di
ricerca risulta l’apprezzatissimo Samuel
Beckett, ‘Krapp’s Last Tape’: dalla pagina alla messinscena,
Napoli, E.S.I., lavoro imponente con un apparato biografico di
oltre 2000 voci (di prima mano) e con significativi stralci di
interviste a Fo, Kelly, De Berardinis, Mauri, Scaccia ed altri,
risultato di uno studio eccezionalmente incoraggiato dallo stesso
Beckett con un’affettuosa lettera indirizzata all’autore. Ha
interpretato e diretto diverse opere beckettiane, nonché curato
“Beckett per Sarayevo” e “La Scena e le Immagini”. Dal 1981 al
2001 è stato Presidente, regista ed attore del “Gruppo
Sperimentazione teatrale ABC”.
Manuela Mosca intervista Antonio
Borriello
“Il
silenzio e la catastrofe. L’ultimo nastro di Krapp di Samuel
Beckett”: questo il titolo della tesi. Non poteva dunque sfuggire alla
nostra Manuela il volume di Antonio Borriello sull’argomento, lavoro
completo sui molteplici aspetti scenici e prezioso sia per l’acuta
analisi che per l’enorme apparato bibliografico. Poi dal libro
all’autore in persona, resosi disponibile per l’incontro con
l’intervistatrice il 5 maggio 2004 in nome di un artista letterario e
teatrale che “ … ci ha lasciato un messaggio universale possente,
profondo, teso comunque a credere, nonostante tutto nell’Uomo”, come
esplicitato ne L’innominabile: “ … nel
silenzio non si sa, bisogna continuare, e io continuo”. Ed ecco
l’intervista in cui Beckett rivive, anzi vive, grazie al colloquio fra
Manuela e Antonio.
Dunque,
che tipo di persona era Beckett?
“Era eccezionalmente umile, un umile grande genio, come ho già
detto in altre occasioni. Poteva essere miliardario: nel 1969 gli venne
assegnato il Nobel per la Letteratura (che allora ammontava a circa un
miliardo e seicento milioni di vecchie lire), ma Beckett non si presentò
alla premiazione e offrì l’intera somma in donazione, ai poveri. Si
sono verificati soltanto tre casi del genere nella storia del Premio
Nobel: prima di lui i Quaccheri, più di recente Madre Teresa di
Calcutta. E non mancano altri notevoli gesti dell’impegno civile
dell’autore di Aspettando Godot. Quando i tribunali di Franco
accusarono Arrabal di ‘insulto alla patria’ e di ‘blasfemia’,
Beckett si schierò energicamente a favore del giovane drammaturgo;
analogamente manifestò la sua autorevole solidarietà allo scrittore
cecoslovacco dissidente Vaclav Havel. Quest’ultimo, pochi giorni dopo
la morte di Beckett, sarà nominato Presidente della Cecoslovacchia. A
riprova del suo essere una persona schiva, riservata, incurante del
successo, ricordo un altro evento: il 22 dicembre 1989 si spense, ma il
mondo seppe della sua morte solo tre giorni dopo. Tutti i grandi geni
sono stati profeti: Samuel Beckett non fa eccezione e le sue ‘visioni
e/o preveggenze’ si stanno, purtroppo, realizzando (solitudine urbana,
feti buttati nelle discariche, smarrimento di senso, incomunicabilità,
catastrofi imminenti e come immanenti, paura di un nemico invisibile …
e di una crescente desertificazione). Il grande dubliner di
Parigi, come tutti i grandi, è un autore che si presta ancora e più
che mai a degli scavi, quelli che raggiungono le profonde pieghe
dell’anima, le più recondite e lontane”.
Beckett
si muoveva con facilità, amava viaggiare?
“Assolutamente no! Era una persona pigra, ma di una pigrizia
costruttiva, artistica, creativa, accostabile per certi versi a quell’otium
letterario latino più che a quell' indolenza
tipica del suo Belacqua dantesco e dei personaggi degli altri
romanzi. Beckett seguì personalmente le riprese di Film,
recandosi a New York suo malgrado, dato che temeva sarebbero state
eccessivamente chiassose ed esigenti,
con numerosi cocktail party a
cui partecipare e troppe interviste da rilasciare. A questo preferiva la
quiete di Parigi e il suo rifugio di campagna a Ussy. E solo su
insistenza di Suzanne si recò a Sorrento: nel 1959, in occasione del
Prix Italia, quando lo invitarono a riscuotere il premio per la migliore
opera radiofonica ossia Embers (Ceneri, trad it., in S.
Beckett, Teatro completo,
Torino-Parigi, Einaudi-Gallimard, 1994, pp. 219-234). Beckett in
quell’occasione visita Capri ed altri splendidi luoghi della costiera,
ma solo fugacemente. Subito, infatti, riparte per la sua Ussy”.
Quali
difficoltà ha incontrato nel mettere in scena il suo Krapp?
“Dovevo essere Krapp! I suoi pensieri e gesti i miei. Le sue
memorie e azioni le mie
esperienze vissute. Condividere, convivere assolutamente con Krapp la
scena. Una profonda empatia con il personaggio. Ricordo che una volta il
sublime Carmelo Bene ha detto: ‘Per interpretare Shakespeare, bisogna
essere Shakespeare: io sono Shakespeare’. In tal senso ognuno di noi
dovrebbe dimostrare una forte vicinanza con l’autore, per condividere
pienamente le altrui istanze. In tutti i sensi: nell’Amore, nella
Passione o nell’Amicizia e, perché no?, anche in Politica. In questa
ottica ho analizzato il testo Krapp’s Last Tape, vivendolo
intensamente fuori dalla scena, per poi trasferirlo sulle tavole
del palcoscenico, col trasportare le analisi ed il pensiero in termini
speculari nel segno di un confronto tout court con il corpo, il
gesto e la parola. Privilegiando la sovranità della parola, per
accedere e superare il silenzio ed entrare in quella condizione ipnotica
esteriore, di static-moving, con (invece) un’esaltante
agitazione intima dei sentimenti. In proposito, consiglio di leggere
quanto ha riportato Deidre Bair in Samuel Beckett. Una biografia (trad.
it. Garzanti, 1990, pp. 573-574).
La studiosa americana nel suo ponderoso studio precisa: ‘Secondo
Beckett, il miglior spettacolo teatrale è quello in cui non vi sono
attori o registi, ma soltanto l’opera. Interrogato sul modo di rendere
possibile un simile teatro, Beckett ha risposto che l’autore ha il
dovere di cercare l’attore migliore, cioè quello che esegue alla
perfezione le sue istruzioni e che ha la capacità di annullarsi
completamente nell’opera’. Ed è assolutamente indispensabile questo
stato fisico e psicologico per interpretare Beckett. Sempre nel testo
della Bair si legge una condizione ancora più estrema voluta da Beckett:
‘La miglior opera teatrale possibile è quella in cui non ci sono
attori, ma soltanto il testo. Sto cercando il modo di scriverne una’.
Un desiderio che ricorda molto gli intenti di Edward Gordon Craig (vedi
il bel volume Il mio teatro, trad. it., a cura di Ferruccio
Marotti, Milano, Feltrinelli, 1971 e l’articolo di Antonio Borriello Antonin
Artaud, Bertolt Brecht ed Edward Gordon Craig: una vera rivoluzione
copernicana nell’Arte Scenica, in ‘Mi Consenta’, anno I, n. 7,
novembre 2002, pp. 41-43).
E Beckett realizzerà quanto auspicato con Breath
(Respiro,
la più breve messinscena della storia del teatro: circa 20 secondi!,
senza attori) e Not
I (Non
io, un intensissimo e struggente monologo: in scena solo … una
bocca!), in S. Beckett, Teatro completo, op. cit., pp. 425-438”. |
Che ne pensa delle altre messinscene italiane di Krapp?
“A mio avviso, alcune sono gratuitamente stravolte e distanti
dal testo originario. In generale una lettura personale di una pièce, che dia conto della traduzione, della lingua, del suono,
della cultura, dei gusti dell'interprete può andare bene, ma per le
opere beckettiane la fedeltà al testo è indispensabile. L’ubbidienza
al concepimento stesso dell’opera è fondamentale. In Beckett il
rispetto dell’allestimento deve essere assoluto. Ricordo che Beckett,
in alcuni casi, ha imposto la sospensione di messinscene estranee alle
sue indicazioni. Forse anche per questo, come i grandi Euripide e
Shakespeare, Molière e Pirandello, o anche il nostro Eduardo, Samuel
Beckett passa alla realizzazione dei suoi testi.
Le minuziose e lunghe didascalie beckettiane sono una sorta di
ulteriore testo drammaturgico. O meglio sono il testo stesso. Vedi le
maniacali didascalie in Krapp. Colme di suggerimenti spazio-temporali,
nonché di precise attenzioni al costume, al trucco, agli oggetti, ai
gesti. Tutto precisato come in uno spartito musicale. In questo Beckett
è un autore pitagorico (o, se preferite, euclideo). Perfetto”.
È
complicato interpretare Beckett?
“Assolutamente no. Di solito si parla di un autore difficile da
interpretare o anche solo da leggere. A mio avviso, Beckett va
considerato per quello che dice e basta. Beckett non lo si interpreta:
lo si vive. Non ci sono rimandi o allusioni ad altro concetto
filosofico, teologico o letterario. Niente di straordinario, anzi
l’ordinario. Beckett non lo si tradisce: gli
si ubbidisce. Nessuna soverchia teatralità, ma la verità.
Quella della vita e della morte”.
Tra
i romanzi, quale testo indicherebbe ad uno studente che vuole accostarsi
a Beckett?
“L’intera produzione è
colma di fascino. Di una bellezza della parola e del pensiero che
rimandano a visioni di infinita suggestione. Eppure, tutto così
terribilmente ordinario, quotidiano … Non succede nulla. Nessuno va.
Nessuno viene. Tutto resta nella più
totale immobilità. Beckett lavora su una sola nota (parola
evocativa, immaginifica, inesauribile), proiettandola in riverberi
concettuali che racchiudono miriadi di emozioni. Pagine ed azioni (o non
azioni) straordinariamente intense, intrise di lucida serenità
esistenziale, rimandano ad una moltitudine di allusioni e di verità.
Dai romanzi alla poesia, dalle novelle alla drammaturgia, agli stessi
saggi, sono testi fortemente suggestivi. Anche se personalmente mi è
difficile differenziare i generi letterari. Voglio dire che non trovo
confini tra testo drammaturgico, narrativo o poetico, filmico o
televisivo. Insomma, è un autore totale. Un suo scritto, mi piace
ribadirlo, è possente, pieno di suggestioni metafisiche e al tempo
stesso incredibilmente semplice. Vi domina il bianco. L’assenza.
Eppure, come per magia, tutto si muove e si agita nell’intimo più
recondito del pensiero. Dell’azione o della non azione. Della presenza
o assenza di un movimento, anche di quello minimo, infinitesimale,
impercettibile. Sì, impercettibile. Ed invece quanti rinvii ed
affollamenti di immagini che s’intrecciano, si annullano e si ripetono
ad ogni pagina (ad ogni istante). Sempre. In ogni opera del grande
dubliner c'è uno spunto su cui riflettere, un elemento che ci consente
di rintracciare un comune filo conduttore all’interno dell’intera
produzione. Un filo, uno sguardo che altissimo si eleva come in una
complessa architettura trecentesca, per raggiungere la punta massima
dell’arco acuto in cui, comunque, trionfa l’Uomo. In merito, mi
piace riferire quanto tempo fa mi ha detto Dario Fo, che Beckett è un
autore gotico che va avanti per follie, come follia è un arco rampante.
Sicuramente un testo, un romanzo che offre una chiave di lettura
importante (una sorta di summa beckettiana) è L’Innominabile”.
Che
ne pensa delle letture
filosofiche che sono state fatte di Krapp?
“Beckett si era interessato anche di filosofia. Sul suo
comodino non potevano mancare le amate letture (in lingua italiana) di
Dante e Leopardi, ma anche Proust, Schopenhauer … La dottrina manichea:
penso che effettivamente essa sia alla base del rapporto luce-tenebre
che tanta importanza ha in Krapp”.
Beckett
per molti è un pessimista “ leopardiano”: qual è il suo parere?
“Beckett si abbevera alla fonte della Filosofia di Bruno e
Vico, alla cultura Zen e alla costante lettura di sant’Agostino;
mostra passione per Dante e Leopardi; aspira all’amicizia e nutre
rispetto nei confronti di Joyce; dimostra infinito amore per la sua
verde Irlanda. Da questi svariati percorsi scaturiscono sensibilità che
collocano l’Uomo, nonostante il dolore, in una sorta di gioia per la
vita. Altro che pessimismo. I disarmanti personaggi di Beckett sono
sempre in castigo, quasi in una perenne penitenza purgatoriale; eppure,
nonostante le lacerazioni, sono felicemente ricchi di spirito e voglia
di vivere. Beckett è l’interprete dei reietti, degli emarginati, dei clochard,
dei ‘poveri cristi’, di noi stessi, proiettati in un futuro spesso
terribile. Ma stranamente le sue opere (tutte), alla fin fine,
nonostante il tormento e lo strazio dei protagonisti, sono un
eccezionale inno alla vita, sono eternamente oh les beaux jours.
I sopravvissuti in Beckett palesano una gioia di vivere
infinita: parlano parlano (a volte pregano), senza mai placarsi, dicono
sempre di altri … ‘giorni divini’ e la parola vale
contemporaneamente per il suono e per il significato (fonetica e
concettuale). In Finale di partita
Nagg e Nell, dai famosi bidoni della spazzatura, benché
mozziconi umani e prossimi alla fine, hanno ancora tanta voglia di
rievocare i bei ricordi
andati, raccontare barzellette, litigare per un biscotto e di …
scopare! Ecco perché quella invocazione: nonostante la globalizzazione,
a dispetto della possibilità di correre sulle autostrade telematiche,
siamo sempre più soli. Le amate creature sono sempre dei vecchi o di età
non definita. Ed è allora che sono maggiormente ricchi di umanità e
pronti per la scena. Colmi di gioia. Mai un rimpianto per la giovinezza,
mai una restituzione di un frammento di Tempo. Krapp così chiude:
‘Dopo mezzanotte. Mai sentito tanto silenzio. La Terra potrebbe essere
disabitata. (Pausa). Qui termino questo nastro. Scatola … (Pausa) …
tre, bobina … (Pausa)
… cinque. Forse i miei anni migliori sono finiti. Quando la
felicità era forse ancora possibile. Ma non li rivorrei indietro. Non
col fuoco che sento in me ora. No, non li rivorrei indietro’.”
Perché
proprio Beckett? da dove nasce la passione per il grande dubliner?
“Unicamente
per la sua meravigliosa capacità di svelare la vita nella sua interezza
con le mille sfaccettature di tutti i giorni. Quelle ordinarie, dei
pensieri semplici, piccoli piccoli, degli aspetti dell’esistenza più
banali che mai. È un po’ come nelle opere di Joyce, di Leopardi o di
Pascoli. L’esaltazione delle piccole cose, dei gesti minuti, delle
azioni terribilmente normali. Eppure, quanta poesia ed esaltazione della
vita e dell’intelligenza dell’Uomo in quei versi, in quelle pagine
… Rigo dopo rigo, Beckett esalta, nonostante tutto, la fragilità di
noi tutti”.
Chi
è per lei Godot?
“Le
rispondo ricordando il tema di una delle più splendide ed
emozionantissime pellicole della storia del Cinema: Ladri di
biciclette di Vittorio De Sica (1948). Per il povero attacchino
(protagonista del film) il furto subìto della bicicletta, che
“rappresenta per lui un provvidenziale strumento di lavoro” (Zavattini),
è una tragedia; per quel
disgraziato, in quei giorni, il suo Godot è una bicicletta! Per ognuno
c’è un Godot. Anzi, a ciascuno il suo Godot. È come Tar (meta
agognata da tutti) nell’onirico Fando e Lis di Fernand Arrabal,
sincero amico di Beckett”.
* Dirigente M.I.U.R.
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