Napoli - Capodimonte. L’eccezionale evento, che si protrae fino al 5 giugno 2006, oltre alla collezione Farnese del museo, presenta 30 opere di Tiziano e ben 50 dipinti di altri artisti (Ludovico Carracci, Moroni, Raffaello, Pontorno, Sebastiano del Piombo e Tintoretto).
Prof. Antonio Borriello con i suoi studenti davanti all'opera.
Un esaltante itinerario rinascimentale, sapientemente curato da Nicola
Spinosa, che svela il ritratto di corte (di Stato) come emblema forte dei
diversi poteri sia istituzionali (religioso e politico) sia della cultura ed
inoltre, del potere più alto, quello delle donne, meravigliose e astute
cortigiane.
L’opera che, a mio avviso, maggiormente illustra la tematica della splendida
mostra è Paolo III con i nipoti di Tiziano. Un ritratto di figure in cui
maggiormente “i personaggi acquistano sangue e vita, si muovono e agiscono
con impeto quali splendidi attori di un sublimato dramma” (Rodolfo
Pallucchini).
Solo brevemente desidero ricordare che nel 1532 il Vecellio diviene pittore di
Carlo V e più tardi lavora sia per Francesco I che per il papa Paolo III.
Tutti i grandi del tempo vogliono farsi ritrarre da lui e pochi artisti
conobbero il suo stesso incontrastato trionfo.
Ci è noto che, fin dagli inizi del 1542, l’Aretino aveva posto i suoi buoni
uffici, affinché il grande pittore veneto fosse chiamato alla corte dei duchi
Farnese. Ma, solo nell’autunno del 1542 iniziarono i primi contatti tra il
Cadorino ed i Farnese. Questi ultimi ne furono vivamente entusiasmati perché
da tempo desideravano avere l’artista a Roma.
Nell’aprile del 1543 il pontefice giunge in Emilia per incontrarsi con Carlo
V; Tiziano presente all’ingresso di Paolo a Ferrara, segue la corte a
Busseto e a Bologna. In questo periodo proposero l’Ufficio della Piombatura
a lui e benefici ecclesiastici al figlio Pomponio. Intanto, il Cadorino già
realizza un primo ritratto del papa, che completato nel luglio di
quell’anno, rivela una potenza espressiva eccezionale.
Nell’ottobre del 1545, dopo una breve permanenza nelle Marche presso il duca
di Urbino, Tiziano finalmente è a Roma. La venuta nell’Urbe risulta un vero
trionfo: lo ricevono, per poi scortarlo alla presenza di Paolo III il vecchio
Michelangelo, Sebastiano del Piombo e Vasari. Ma per l’ambiente artistico
romano la visita del Cadorino fu poco felice. Lo stesso Vasari annota le
critiche di Michelangelo ai modi coloristici del Maestro, anche se poi visiterà
Tiziano nel suo alloggio di Palazzo Belvedere con entusiasmo e cordialità.
Indubbiamente Roma esercita sul Vecellio un’impressione profonda: in
compagnia del Vasari e di Sebastiano del Piombo ammira le stanze del Vaticano.
Di questa sua presenza nello Stato pontificio, Pietro Bembo scrive al Querini
“che ebbe subito modo di rallegrarsi d’esserci venuto, poiché potrà
vedere tante belle cose antiche ch’el fanno sopra modo maravigliare”.
E, proprio in una delle splendide stanze del Vaticano, Tiziano riprende a
ritrarre il vecchio Paolo in compagnia dei… cari nipoti. Nasce un nuovo
genere di ritratto: quello “a gruppo di figure”. Gruppo che non posa
soltanto, ma dialoga come in una messinscena, ovviamente shakespereana, nella
quale le battute, recitate con freddezza compassata, sembrano scorrere da un
machiavellismo latente ad una svelata diffidenza, rimandando ad una sottile
atmosfera di intrighi e interessi di potere. In questo suo soggiorno romano,
vivendo a fianco della famiglia Farnese e alla Corte pontificia, Tiziano ha
modo di conoscere le personalità dei tre illustri personaggi ed in
particolare, l’astuzia di Ottavio, l’indifferenza di Alessandro e la
gagliardia di Paolo III.

Il prof. Antonio
Borriello, autore dello studio su
"Paolo III con i nipoti
Alessandro e Ottavio" di Tiziano.
I tre appaiono alla ribalta con grande naturalezza ed austerità. Tiziano
improvvisa: in un baleno ferma e inquadra l’astuto sguardo pungente del
vegliardo; abbozza la minuta mano che scivola dalla pelliccia d’ermellino.
Poi con pennellate veloci, anzi fulminee, immette nell’insieme dell’opera
un rosseggiare… divino, avvolgente. L’Autore intona una prodigiosa
sinfonia di rossi, con ritmi melodiosi e ironici, quasi beffardi. Vediamoli:
1) il rosso della mantellina papale; 2) il rosso della pelliccia; 3) il rosso
della pantofola pontifi-cia; 4) il rosso del camauro di Paolo; 5) il rosso
rubino dell’anello episcopale del papa; 6) il rosso della mantelletta
cardinalizia; 7) il rosso della berretta di Alessandro; 8) il rosso della
tenda; 9) il rosso della tovaglia che copre il tavolo; 10) il rosso dello
sfondo; 11) il rosso della sedia papale; 12) il rosso del corpetto di Ottavio;
13) il rosso della pelliccia di Ottavio.
Quanti rossi! Ma tutti con tonalità straordinariamente diverse: amaranto,
carminio, geranio, lacca, porpora, rubino, scarlatto.
Le figure laterali, anche se con ruoli di comparse, hanno un alto e
determinato valore nell’insieme del dipinto e fanno naturalmente da sostegno
a quella centrale.
Mentre tutta la produzione che va dal soggiorno romano al 1567 conserva una
dinamica ben bilanciata tra figura e luce, qui la luce ha sopravvento assoluto
sulle forme. L’illuminazione annulla ogni concretezza, giunge al nostro
occhio in un’atmosfera velata e fantastica. Oserei dire in una sorta di
effetto flou. Il colore acquista fluidità e arditezza, scivolando sulla
grande tela raggiungendo profondità ed intensità mai note sino ad allora.
Non a caso il Lomazzo parla di “alchimia cromatica” nei quadri del
Cadorino. Il lavoro, come altri di questo periodo, guardato da una certa
distanza ci appare, come afferma Vasari:
“Giudizioso, bello, stupendo, perché fa parer vive le pitture, e fatte con
arte, nascondendo le fatiche”.
Ludovico Dolce, in proposito, afferma:
“Ogni sua figura si muove, e le carni tremano è che nelle sue composizioni
combattono e scherzano sempre con i lumi con le ombre, e perdono e
diminuiscono con quell’istesso modo, che fa la medesima Natura”.
Intanto, se dividiamo la composizione in schemi geometrici, il punto più
importante o il centro dell’attenzione di ogni singolo soggetto, risulta
sempre il pontefice, che nella vita, anche se carico di anni e malato, sa
ancora autorevolmente tenere a bada i due “bravi leoni”. Saldo e vigoroso,
Paolo III siede con quell’aria che è propria di un uomo di circa
ottant’anni, nonostante i grossi dispiaceri del governo.
Egli, seduto su una sontuosa poltrona, ha la piccola testa coperta dal camauro
rosso: il volto vispo e arguto è avvolto dalla canuta barba. Le mani solo
accennate: la destra (quattro dita) fuoriesce all’angolo del tavolo; la
sinistra, sempre incompleta, appoggiata alla sedia, mostra all’anulare
l’anello episcopale. L’orecchio è indicato con tocchi rapidi.
L’atteggiamento prostrato sottolinea l’età avanzata, l’orologio a
polvere sul tavolo richiama il tempo che vola. Il camauro gli copre la fronte
e quasi sfiora le grandi sopracciglia. Il rosso amaranto del velluto è
stinto, ha perduto il suo colore originale. Le carni appaiono nivee,
impallidite dalla stanchezza, mentre gli occhi acuti e lungimiranti. Indossa
un largo e spazioso rocchetto, abbottonato nel centro e foderato di ermellino,
sopra una ricca, nonché ampia veste bianca bordata di pelliccia. Le scarpe
rosse sono ricoperte da una croce dorata. La figura di piccole proporzioni, ma
di grande risalto. È un titano: grandezza e maestà coprono “[…] il
difetto del naturale, come si vede che hanno fatto gli antichi pittori [… ai
quali] conviene sempre accrescere nelle facce grandezza e maestà” (Giovan
Paolo Lomazzo).
A destra, dietro il papa, sta il cardinale, a fianco della sedia e con una
mano sul puntale che adorna la spalliera. In proposito, Roberto Zapperi
opportunamente scrive che “il Ritratto di Paolo III con i nipoti assegnava
al cardinale Alessandro una sola ambizione, quella dichiarata dal gesto della
mano aggrappata alla sedia di Pietro con lo spasimo di poterla un giorno
occupare”. Il cardinale, abbigliato con il vestito della sua carica, gira la
testa con calma e ci osserva con aria indifferente. Ascolta, con una falsa
calma e una certa rassegnazione, i rimproveri del nonno nei confronti del
fratello.
Per chi si dispone alla sinistra del dipinto, in primo piano balza Ottavio: il
giovane si piega verso il papa che soleva parlare a bassa voce. L’alta
figura in confronto con il gracile aspetto del vecchio dà subito
nell’occhio. Il duca, longilineo, di forme asciutte e svelte, come ben si
addice nel suo cortese passo di danza, si presenta di profilo e chiaramente
espone una scusa o una supplica. Il modo energico con il quale il pontefice
frena “l’aggressione” dell’atletico nipote, lo sguardo penetrante che
getta sul medesimo, fanno comprendere quale anima infuocata albergasse in quel
vegliardo.
Ottavio indossa un corpetto giallastro bruno, sul quale spicca una catena che
gli pende dal collo. Dall’alto, alla sua destra pende una tenda giallo
arancio, a grandi pieghe e ben drappeggiata. Il rosso contamina l’intera
scena e i costumi delle tre figure; spicca dall’abbigliamento del duca il
pugnale dorato e il cappello piumato.
Tutto è riprodotto con fedeltà, oltremodo naturale: il vestiario, il tavolo,
l’orologio e le stesse mani scarne del pontefice, anche se incomplete. Dal
volto arguto del grande vecchio spiccano il naso aquilino, gli occhi
penetranti e le pupille nere. Mentre in Alessandro lo sguardo rivolto
all’infinito (o forse piuttosto agli occhi di chi osserva l’opera) è
decisamente assente al dialogo tra il nonno e il fratello.

"Un saggio
davvero superbo, splendido, eccellente", come ha scritto Biagio
Scognamiglio.
Intanto, dall’Assunta dei Frari al ritratto di Paolo III con i nipoti la
materia pittorica acquista un’enorme duttilità. I toni sono più caldi e
profondi; la sensibilità del Maestro si affina ulteriormente. Anzi, come per
magia si impenna sempre di più. In questa prima scena storica della pittura
moderna sono da ammirare le raffinate capacità di Tiziano nel saper
felicemente determinare ed individuare i singoli personaggi, oltrepassando
l’aspetto squisitamente pittorico. L’opera inaugura un nuovo genere di
ritratto a varie figure, ciascuna delle quali è in contatto con le altre,
immerse in una sorta di profana conversazione. La tela è, senza dubbio
alcuno, da considerarsi una degli esempi più alti e singolari; magistralmente
testimonia una resa psicologica sottile e penetrante. Ci svela come Tiziano
sapesse toccare con maestria e abilità tutte le sfumature più recondite dei
sentimenti umani. È, insomma, senza ombra di dubbio, il document humain più
grandioso e terribile che il Vecellio ci abbia lasciato.
La composizione, per la sua stesura pittorica, tirata a colpi di pennellate
irruenti e abili fregature, si presenta in alcune parti appena abbozzata.
Tuttavia, il lavoro già offre la misura potenziale dell’ultimo Tiziano. Non
a caso in quest’opera sono riuniti tutti gli elementi della bravura
tizianesca: il bianco nella luce, gli scuri nell’ombra e poi l’assoluta
precisione (pittorica) nell’indicare le figure, gli oggetti, l’ambiente.
Tutto, come accennato, avvolto nella splendida e straordinaria diversità di
rossi.
Boschini in pochi versi ci illustra la tecnica del Maestro:
“Soleva dir spesso el nostro gran Tician, che chi desiderava esser pitori
bisogna cognosser tre colori, el bianco, el negro, el rosso, e haverli in
man”.
I rossi, baciati dalla luce, sono come fuochi: divampano ovunque e bruciano
ogni forma. Anzi, la luce, essendo diffusa e stagnante, rende le forme
incorporee, leggere, tanto che tendono ad assorbirsi nel colore, sgranandosi
sotto la vivida azione dell’eccezionale luminosità.
Ed è allora che le squillanti sinfonie coloristiche armoniosamente si
tramutano in tenui modulazioni, fino ad annegare in un alone di rosso dorato.
In seguito mai più ci saranno artisti capaci di offrire simili vibrazioni
alla tavolozza. In tale ottica Tiziano è da considerarsi un singolare mago
del colore. La ricerca degli effetti luministici si rende intensa, vibrante e
la pennellata acquista piena fluidità. Con la luce anche l’azione
drammatica si accentua in una felice trasformazione, notata dallo stesso
Vasari.
Si avverte che l’interesse del pittore è rivolto su una nuova risoluzione
dei concetti pittorici, attraverso differenti accordi coloristici ottenuti con
fregature e macchie. Tecnica che sarà ripresa e ampliata dagli impressionisti
(penso in particolare a Renoir, Manet, Degas, Cézanne, Monet). Il colore, a
mano a mano si riscalda, definisce i contorni e irradiandosi, inargenta
l’elsa di Ottavio, indora la mantellina papale e le piume del berretto.
Eppure, il colore, sebbene vibrante, si fa più denso e con tonalità
profonde, come di brace (quasi monocromo) e raggiunge l’effetto desiderato
dall’Artista attraverso un procedimento tecnico completamente nuovo.
Questa metodologia farà da scuola nei secoli e ha corrispondenza ideale nella
poesia del “non finito” di Michelangelo scultore. Ed è proprio il “non
finito” del Maestro Cadorino che ci permette alcune considerazioni sulla
tecnica adottata: l’Artista dapprima abbozzava le figure con spaziose masse
di colore (sostanzialmente con tinte neutre), poi ritornava all’opera con
gli stessi colori, fino ad ottenere l’effetto desiderato. Un trattamento,
anche se con altri mezzi, si avvicina agli arditi abbozzi michelangioleschi.
Restano però alcune ipotesi da considerare: il “non finito”, si potrebbe
attribuire alla vecchiaia e/o alle malattie del papa, problemi che non
permettevano di posare a lungo. Forse proprio per questi motivi, Tiziano,
tralasciato il volto del pontefice, curò maggiormente quelli di Alessandro e
Ottavio. Infine, altra plausibile supposizione è che “l’esecuzione del
dipinto fu interrotta perché il successivo mutamento politico di Paolo III lo
rese di fatto inutile […]”.
Dunque, come si è detto, la luminosa tela a grandi figure (210 x 174) è
condotta abilmente con quei principi a “macchia” che riusciranno a captare
di nuovo nella seconda metà del XIX secolo gli impressionisti. Intanto, per
saperne di più, leggiamo ancora una pagina del Vasari:
“Ma è ben vero che il modo di fare che tenne in queste ultime opere è
assai differente dal fare suo da giovane: con ciò sia che le prime son
condotte con una certa finezza e diligenza incredibile, e da essere vedute da
presso e da lontano; e queste ultime condotte di colpi, tirate di grosso e con
macchie di maniera che da presso non si possono vedere e di lontano
appariscono perfette”.
La tecnica è peraltro puntualmente descritta da Marco Boschini:
“Abbassava i suoi quadri con una tal massa di colori, che servivano (come
dire) per far letto o base alle espressioni, che sopra poi li doveva
fabbricare. Dopo questi preziosi fondamenti, rivolgeva i quadri alla muraglia,
et ivi gli lasciava alle volte qualche mese, senza vederli: e quando poi da
nuovo li esaminava, come se fossero capitali nemici, per vedere se in loro
poteva trovar difetto”.
Sempre dal Boschini sappiamo anche che, secondo quanto testimonia Palma il
giovane, Tiziano apporta gli ultimi e definitivi ritocchi dipingendo “più
con le dita, che con i pennelli”.
C’è, infine, da riferire che la tela (numero 2, inv. Q 129 della collezione
Farnese) ha sofferto non solo per ingiurie del tempo, ma anche per offese
arrecate da cattivi restauri e dalle pessime vernici che la ricoprivano. In
proposito, è da sottolineare che solo grazie all’ultimo restauro,
felicemente effettuato da Antonio Demata (anche se) nel lontano 1972,
l’opera è ritornata nella giusta ed originale stesura. Prima del restauro
mancavano in varie parti pezzetti di colore. In altre risultavano aggiunte di
colori estranei: nell’occhio sinistro, nella fronte e nella stoffa
dell’abito bianco del papa. La figura di Ottavio la più rovinata: la mano,
coperta dal guanto, ridotta ad una toppa nera. Non se ne salvava nemmeno il
berretto piumato, mentre le longilinee gambe, apparivano appena abbozzate con
tinta giallastra scura. Per contro va detto che la testa del cardinale, oltre
ad essere la più completa, risulta ben conservata. Anzi, è viva, con la
freschezza originaria. È da ricordare che i ritratti in questo periodo (1546)
sono sovente pervasi da una severità di stile che arreca alle figure
un’accentuata vita interiore, un’altissima ed “austera spiritualità”.
Ma, soprattutto, va detto che l’opera, autentico ed emblematico ritratto di
Stato, è più che mai “altamente drammatica”, come già opportunamente
scriveva Rodolfo Pallucchini:
“Solo un palpito intenso di umanità poteva suggerire a Tiziano la stupenda
vitalità del suo gusto e concretarsi nei molteplici aspetti della sua
arte”.
E Tiziano con Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio dimostra che ha
definitivamente “trovato nella figura umana il metro e il centro della
propria arte”.
Il resto della mostra è tutto da vedere, da ammirare. Un evento da non
perdere, Museo di Capodimonte dal 25 marzo al 4 giugno (8.30 – 19.30,
mercoledì chiuso, info e prenotazioni: 848800288. Ingresso: mostra + museo 10
euro; ridotto 5 euro).
Le opere in mostra provengono da notissimi musei nazionali ed internazionali:
Galleria Borghese di Roma, Galleria degli Uffizi e Galleria Palatina di
Firenze, Pinacoteca di Brera e di Milano, Galleria dell’Accademia di
Venezia, Gemäldegalerie di Berlino, Kunsthistorisches Museum di Vienna,
National Gallery di Londra, Museo del Louvre di Parigi, Museum of Fine Arts di
Boston, The Young Memorial Museum di san Francisco.
Fanno parte del Comitato Scientifico: Nicola Spinosa (Presidente), Enrico
Castelnuovo, Andrea Emiliani, Maria Teresa Fiorio, Jennifer Fletcher, Giovanna
Nepi Scirè, Antonio Paolucci, Edouard Pommier, Claudio Strinati, Roberto
Zapperi.
La mostra è progettata dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale
Napoletano, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla
Regione Campania (Assessorato al Turismo e ai Beni Culturali), in
collaborazione con la Provincia di Napoli e il Comune di Napoli. Realizzata
con il contributo finanziario del Ministero per i Beni e le Attività
Culturali e della Regione Campania (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale -
Programma Operativo Regione Campania 2000-2006). L’evento ha ricevuto il
sostegno della Compagnia di San Paolo. Organizzazione: Civita. Catalogo:
Electa Napoli.
Bibliografia essenziale
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LOMAZZO Giovan Paolo, Trattato dell’arte, della pittura, scoltura et
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(*) Intervento pubblicato il 25 marzo 2006 su
http://www.culturalweb.it/articles/detail.aspx?id=1a549426-7e74-4218-9b43-b1976b053a30
per gentile concessione a Torreomnia dell'autore Prof. Borriello