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Un calcio al diavolo

Comunicazione, calcio e riabilitazione

Maurilio Giuseppe M. Tavormina

La comunicazione Qualche secolo fa Cartesio affermava: "Cogito ergo sum (penso quindi esisto)", dando in questo modo una notevole importanza al pensiero umano. Oggi possiamo dire: "Comunico, quindi esisto", in quanto il nostro essere e molto legato alla capacità di comunicare con il prossimo e con noi stessi ed e dipendente dall’opportunità d’informare e di congiungere in rete I’esistenza del singolo con quella degli altri. Solo cosi, paradossalmente, possiamo affermare d’esistere, perché essi sanno della nostra presenza e ci conoscono, diversamente vivremmo nel "limbo eterno". II rischio di questo processo e che tutto possa essere ridotto alla ricerca dell’effimero, enfatizzando quello che sembriamo e non ciò che intimamente e realmente siamo. Se quanto sopra e vero, lo e ancora di più per il mondo dello psicotico, ove la malattia determina con la sua forza prorompente una frattura con il reale ed un isolamento relazionale, paragonabile alla morte sociale. Viviamo di rapporti interpersonali, di scambi culturali, emotivi e di contatti sociali; meglio ci esprimiamo e più facilmente siamo capiti, accettati o rifiutati. II folle per tanto tempo e stato ghettizzato, o peggio ancora messo al rogo come ai tempi della Santa Inquisizione e più recentemente, nella Germania nazista, ai tempi della seconda guerra mondiale, epopea dell’intolleranza e della "pulizia etnica", il malato mentale era gasato prima e cremato dopo, in virtù della tutela della razza ariana. Per molto tempo ancora I’opinione pubblica e scientifica, la legge e i mass media ci hanno presentato il folle come "persona socialmente pericolosa, per se e per gli altri" e il mondo dei sani, in assenza d’efficaci cure alternative, lo rinchiudeva "terapeuticamente" negli ospedali psichiatrici, alimentando ulteriormente la paura del diverso. La pazzia, insomma, portava con se un’aura diabolica, un che di antisacro, che la rendeva qualcosa di terribilmente incontrollabile, se non con una reclusione pararituale dei soggetti che ne erano affetti. La paura, insomma, era quella che i matti potessero "infettare" il resto della società, causandone la completa distruzione. Era considerata qualcosa di pre ed anticulturale, una liberazione di forze naturali dalle enormi potenzialità devastatrici. Oggi, a venticinque anni dalla legge 180/78, la famosa legge di riforma psichiatrica che ha chiuso i manicomi, si sono fatti enormi e benevoli progressi nella valutazione sociale dell’ex "alienato", grazie alla migliore efficacia terapeutica, ad una maggiore attenzione alla prevenzione, ad un più intenso

impegno nella riabilitazione psicosociale ed in  particolare all’attività di divulgazione da parte dei media e degli organi d’informazione scientifica sulla sofferenza psichica e la sua cura. II modo frenetico e logorante di vivere il quotidiano, rincorrendo I’orologio e i molteplici impegni, ci fa ammalare facilmente di patologie legate allo stress e al superlavoro. L’ansia e la depressione sono cosi diffuse che siamo inevitabilmente attratti da tutto ciò che c’informa su di esse nella speranza di trovare un rimedio efficace alla nostra irrequieta esistenza. La paura d’impazzire, oltre- passando il punto di non ritorno, e tanto comune che quando la televisione ci propone uno speciale sulla follia, o sul mostro di turno, si ha un notevole incremento dell’audience e si rimane incollati al video nella speranza di capire il gesto insano, o soltanto per essere informati sui dettagli dell’accaduto, attratti dalla dovizia degli stessi. Si guarda con sospetto il vicino e ci s’interroga su come e possibile che avvengano dei fatti tanto tragici e cruenti "a ciel sereno", senza un benché minimo segno di pazzia, senza alcun cenno premonitore, per poi relegarli prontamente in un cantuccio della nostra essenza, etichettandoli come rassicuranti storie d’ordinaria follia. E’ tale la curiosità e la sete d’informazioni che quando siamo davanti all’oracolo televisivo, su una comoda poltrona e al caldo tepore di casa nostra, intenti nello zapping quotidiano, e ci capita di selezionare un programma scientifico, un convegno-dibattito o semplicemente un "ciarliero salotto" incentrato sulla salute mentale, quasi sempre, a mio avviso, non riusciamo a resistere alla tentazione di saperne di più e di capire meglio I’alienato. Sono i mass media e la tollerante neocultura i veri artefici della rivalutazione sociale del pazzo. Riprendendo il filone letterario della "Narrenschiff", la nave dei folli, cosi cara alla letteratura medioevale, i mezzi di comunicazione di massa spesso tesso- no un vero e proprio "elogio della follia", rivalutata come forza di mutamento radicale della società, come fonte di superamento dei conformismi di ogni genere, allargamento degli orizzonti esistenziali di individui sempre più costretti da un vivere comune che celebra il rito quotidiano della frustrazione delle aspirazione delle persone che lo compongono. I miti della televisione, dell’industria culturale (libraria, cinematografica, disco- grafica), i modelli dello stesso sistema informativo, sono tutti pervasi dall’aspi- razione al successo, dal fuoco sacro dell’arte, affetti da una diversità che ne costituisce le premesse per la riuscita professionale ed esistenziale. Ecco allora che anche il folle diventa non solamente un modello negativo. Egli non e più giudicato pericoloso e basta, ma e visto come un uomo affetto da una malattia mentale dalla quale può curarsi, riabilitarsi e vivere con dignità ed efficacia il suo ruolo in società. Noi operatori della salute mentale, consci di questa forza dirompente, utilizziamo la stessa per far conoscere al mondo i risultati ottenuti nel nostro agire, utilizzando anche I’attività sportiva quale strumento di riabilitazione psicosociale e rafforzando il vecchio adagio: "Mens sana in corpore sano".