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Calcio insieme quale futuro?
Polisportiva e riabilitazione psicosociale

di Eduardo Tornei
Alcuni operatori pubblici delle aziende sanitarie locali e del privato sociale, circa dieci anni orsono, hanno iniziato quasi per gioco ad uscire dai propri centri diurni, portandosi con loro gli utenti ed un pallone; intorno a questo evento si e costruito una storia decennale, che ha visto crescere sempre di più il numero degli utenti partecipanti al gioco e le adesioni dei Servizi di Salute Mentale della regione Campania. Gli operatori, impegnati in questo progetto di apertura al territorio, determinarono involontariamente un conflitto all’interno dei servizi, perché il loro agire rivoluzionava la statica organizzazione lavorativa degli stessi. A distanza di anni ancora sussistono pareri divergenti in merito all’utilità riabilitativa di questo tipo d’intervento psicosociale sul disabile. L’esperienza sul campo e la consapevolezza dell’opportunità del nostro agire ha determinato in noi la convinzione che il nostro non e solo un torneo di calcio, ma un efficace impiego di uomini, mezzi e sinergie d’intenti per raggiungere buoni livelli d’autonomia dei nostri atleti. La voglia di sperimentarsi anche in nuove situazioni d’intervento integrativo e la ricerca di altri mezzi e forme di aggregazione ha determinato la nascita di polisportive. La partecipazione ai tornei nazionali di calcetto in Livorno, ha consentito un confronto ed una conoscenza di realtà del centro nord a noi sconosciute. Tale incontro ha prodotto un’attenta riflessione sulla riabilitazione in generale. La conseguenza di tali riflessioni ha comportato, nei nostri servizi, la fondazione di alcune associazioni senza scopo di lucro, non per sostituirsi alle istituzioni sanitarie esistenti, ma per collaborare con esse, nella gestione di spazi, strutture, programmi, progetti. In tal caso, la legge 328/00 sull’integrazione socio sanitaria e una valida opportunità per reperire risorse finanziarie e

strutturali, provenienti dai territori, per avviare progetti mirati al fine di favorire I’inserimento nel tessuto sociale dei pazienti della cosiddetta "nuova cronicità", che altrimenti sembrerebbero destinati ad una esclusione dal mondo produttivo. La nascita delle Polisportive e delle Associazioni nei servizi di salute mentale, e da considerarsi un evento nuovo, stimolante e propulsivo in quanto consente di poter creare quel ponte istituzionale tra I’ASL ed il territorio che non sempre e stato possibile proporre in modo costruttivo.

Quale futuro?

I dipartimenti di salute mentalee le unità operative, enti locali ed altre istituzioni, in virtù dei risultati ottenuti dovrebbero garantire I’evoluzione e la continuità delle attività sportive intraprese dal gruppo regionale Calcio Insieme. Le associazioni, nate all’interno dei servizi di salute mentale devono poter svolgere il loro lavoro di "agenzia dei bisogni" affiancandosi alle UOSM e proponendo modelli operativi aperti realmente al territorio ed alle forze propositive e produttive esistenti sullo stesso. La riabilitazione in generale ed i Centri Diurni nello specifico nel rapporto con le associazioni polisportive, a mio avviso, non devono sentirsi contrapposti ma lavorare in sinergia su progetti che hanno come fulcro I’utente, la sua malattia e i suoi bisogni. Questo agire comune facilità il reinserimento sociale, garantendo agli stessi quei diritti di cittadinanza che attualmente non gli sono del tutto riconosciuti. Lavorando da circa dieci anni "il Gruppo Sportivo di Riabilitazione Psicosociale Calcio Insieme" ha provato ad utilizzare lo sport come strumento di sensibilizzazione per I’intera collettività, per abbattere quel muro di pregiudizio, che separa il sano dal malato. Tale gruppo attualmente ha sentito la necessita di un ulteriore passo in avanti e si e costituito in "Associazione Calcioinsieme". II nostro obiettivo e di diventare una forza trainante, attiva come la locomotiva di un treno in corsa.

Paura di volare

di Ciro Pica

Nel 1992 quando nacque Calcio Insieme, nessuno degli operatori fondatori avrebbe scommesso circa il suo destino. Forse perché nei nostri Servizi (e chi vi lavora sa cosa significhi...) non esiste ancora una programmazione e progettualità cosi lungimirante. Dopo dieci anni di attività riabilitativa con il calcio, diventa motivo di gran soddisfazione poter raccogliere il frutto di tanto lavoro effettuato, ricevere un contributo dell’Assessorato allo Sport e Turismo della Provincia di Napoli per la nostra pubblicazione e non considerare conclusa questa interessante esperienza lavorativa.
Certo e che le difficoltà incontrate non sono state poche ed il nostro cammino e stato irto d’ostacoli, sia di ordine economico, sia anche di carattere culturale. Introdurre pratiche diverse da quelle conosciute ed esercitate altrove, anche in un ambito riabilitativo, laddove la sperimentazione dovrebbe essere una regola, non sempre ha vita facile, per cui " il giocare al pallone" nel ruolo di riabilitatori ha significato per noi in questi anni anche la necessita di dimostrare il nostro operato, evidenziando i risultati positivi ottenuti "sul campo".

Ma senz’altro la nostra maggiore soddisfazione la riceviamo quando vediamo il progressivo e costante miglioramento psicofisico dei nostri atleti.
Senza entrare nel merito tecnico degli elementi terapeutici applicati in riabilitazione psicosociale attraverso questo sport, gia ampiamente trattati in altri capitoli, vorrei rilevare come con il trascorrere degli anni, la nostra organizzazione ha vissuto importanti trasformazioni.
La nascita di un’associazione "non profit", consente una identità giuridica utile e necessaria, in caso di progetti futuri da presentare alle istituzioni competenti, per avere adeguati finanziamenti e sponsorizzazioni, non solo inerenti lo stesso torneo di Calcio Insieme, ma anche di altro genere. Non dimentichiamo che molti sono stati i servizi che ci hanno abbandonato nel nostro percorso riabilitativo per problemi d’ordine economico.
L’impegno che la costituzione di un’associazione comporta e notevole, cosi come le opportunità che da essa possono derivare. Bisogna pero liberarsi da quella "paura di volare" che spesso sopravvive in tutti noi operatori della salute mentale e librarsi in alto, sulle vette innevate della sfiducia, della resa e delle difficoltà burocratiche, per lottare insieme contro lo stigma della patologia mentale e I’emarginazione sociale. Perciò non scoraggiamoci e buttiamoci a capo fitto in quest’impresa, nella certezza che: "chi la dura la vince". E i fatti ci danno ragione!