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Con il pallone
Un genitore
Prima che mio figlio si
ammalasse, seguivo con poca partecipazione qualunque evento
sportivo e soprattutto il calcio. Non riuscivo a comprendere
perché milioni di persone impiegassero buona parte del loro
tempo libero a veder correre tanti giocatori dietro ad un
pallone e ad entusiasmarsi quando questo entrava in rete. Mi
era talmente difficile immaginare che dietro quel loro
muoversi si nascondevano chissà quali grandi abilita
psicomotorie per cui ho sempre rifiutato di approfondire tale
argomento. Con I’aggravarsi della sua malattia, quella che
per lui era una irrinunciabile passione, il calcio, ora non lo
interessava più. II mondo gli era estraneo ed io non sapevo
più cosa fare visto che a casa trascorreva tutto il tempo a
dormire ed a mangiare. L’opportunità che ho ricevuto nel
poterlo inserire nella squadra di calcio del Centro Diurno per
tentare di scardinare quel suo solido muro di passività, per
me e stato motivo di grande soddisfazione. Lentamente lo
vedevo reagire di nuovo e mi ricordo che un giorno volle
comprarsi un giornale sportivo. Fu il segnale che qualcosa si
stava movendo in lui. Quando torno a casa dopo la sua prima
partita al Torneo Calcio Insieme, con in mano la borsa della
squadra ed il relativo completino, gli chiesi com’era
andata. Rispose con un sorriso dicendomi che, nonostante la
sconfitta, I’allenatore (operatore) gli aveva fatto i
complimenti per come aveva giocato.
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Da
quel momento non e più mancato agli allenamenti ed io ho
visto rinascere in lui la vecchia passione. A quel punto anche
io mi sono lasciato coinvolgere da questo sport, gustandone
gli entusiasmi e lasciandomi guidare da mio figlio nella
spiegazione del regolamento.
Dopo ogni partita del torneo fremeva nel volermi raccontare di
alcune sue azioni di gioco, dell’importanza di sentirsi in
una squadra che improntava sull’amicizia tra i giocatori il
reale senso di quest’attività. II momento successivo alla
partita, quando cioè tutti i giocatori si incontrano per
pranzare insieme lo entusiasmava molto. Aveva conosciuto
ragazzi di altri centri (squadre) con gli stessi problemi. II
potersi confrontare con loro alla pari, lo rendeva felice ed
era, nello stesso tempo, cosciente di non sentirsi più un
marziano.
Sentivo che mio figlio stava divenendo nuovamente protagonista
della sua vita. Ho imparato molto da questo sport anch’io,
soprattutto ho compreso che una semplice partita di calcetto
ha in se forti significati riabilitativi, che io inizialmente
non riuscivo a vedere. Affrontare I’avversario sul campo
simbolicamente vuol rappresentare poter cercare di superare I’ostacolo
che ti capita nella vita ed e quel sentirsi " in
squadra", insieme e non da soli, nell’affrontare quel-
la maledetta esclusione in cui ti costringe la malattia a
darti un notevole coraggio per reagire. Oggi mio figlio ha
iniziato di nuovo a confrontarsi con quel mondo che sentiva
averlo abbandonato e tutti e due, come se giocassimo nella
stessa squadra di calcetto, siamo ancora insieme con il
pallone.
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