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Venezia 8 settembre 1943
Distaccamento R. Marina Certosa

Abbiamo appreso dalla radio la notizia che 1’Italia ha chiesto 1’armistizio. Siamo consegnati in distaccamento: ci uniamo in un grande abbraccio. Suona il posto di combattimento, e subito formiamo due plotoni da sbarco e muoviamo verso il centro di Venezia, dove rimaniamo a disposizione di Maripiazza. Questo servizio snervante e massacrante dura fino al giorno ’ 12 settembre e non si registra nessuna novità degna di rilievo. Il mattino del 12 settembre e caratterizzato da un’aria di tragedia: aerei tedeschi bombardano la zona di Lido, Malamocco, Giudecca e affondano il piroscafo "Conte di Savoia". Motosiluranti tedeschi, in prossimità di Certosa, affondano il cacciatorpediniere "Sella" che, stracolmo di uomini, tentava di raggiungere Bari. I nostri comandi non danno ordini di combatti- mento. Il personale e inquieto, si verificano liti tra i militari, parecchi abbandonano il posto e si sbandano. Il Comandante 1’ Cap. C.R.E.M. Domenico Pannucci fa suonare 1’assemblea generale e fa un discorso di circostanza, raccomandando di mantenere la calma. Ci rassicura che, per accordi presi con il Comando Germanico, il giorno 13 settembre in piazzale Roma (Venezia), ci sarà un raggruppamento di tutti i militari che poi saranno accentrati a Verona per essere mandati a casa. Il Comandante in II, Tenente Luigi Scala, grida al tradimento, dicendo che e tutta una trappola e che bisogna combattere. Il Pannucci gli ordina di tacere, gli grida che ha perso la testa e che e un allarmista: poi fa chiamare il trombettiere e ordina 1’ammaina bandiera, dopo di che invita i militari a baciare la bandiera e scoppia in un tragico pianto. Si crea una situazione di panico e i carabinieri ci impediscono con le armi di abbandonare il posto.

13 settembre 1943

Restiamo adunati nel campaccio (cortile), senza poter raggiungere i cameroni, mentre la sala delle armi e presidiata dai carabinieri. Alle sei in punto suona la sveglia. Ci ordinano di prepararci alla meglio, ci danno latte e caffè con tozzi di galletta e ci imbarcano su un rimorchiatore; con una zattera raggiungiamo piazzale Roma. Sono circa le otto: il sole picchia forte, mentre uno spettacolo avvilente si mostra ai nostri occhi. Infatti la piazza e gremita di militari di tutte le armi: Esercito, Marina, Aviazione, tutti ammassati in modo disordinato e circondati da carri armati tedeschi del tipo "tigre". Soldati tedeschi in divisa color cachi dell’Africa corps con facce feroci e armati fino ai denti, tengono a bada i nostri militari. Appena sbarcati, subiamo la stessa sorte. Chiedo, avvicinandomi al nostro comandante, che cosa ne sarà di noi: risponde in modo evasivo e sgarbato, solo che non rimarrà con noi, perché e atteso all’albergo "Gabriele" dallo Stato Maggiore Tedesco. Non mangio la foglia, penso proprio che andrà con i fascisti. I tedeschi, intanto, sparano all’impazzata, provocando il panico; lo fanno per intimorirci e farci capire che bisogna obbedire. Pensieroso, nella confusione, non riesco più a trovare gli uomini del mio reparto e resto da solo, in quella marea immensa di gente impaurita. Solo più tardi incontro alcuni militari della Certosa tra cui: il cannoniere artificiere Mirabile Giovanni, il cannoniere artificiere Mozzillo Pasquale, il Capo Cannoniere di 3° classe Tomassi Antonio di Taranto ed altri di cui non ricordo il nome.Ci fanno mettere in marcia scortati da carri armati e soldata- glia inferocita che spara continuamente. A passo cadenzato e svelto giungiamo a Mestre, affranti, sfiniti, avviliti, nonché amareggiati dal brutto tiro giocatoci dai nostri superiori.