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viso esprime la figura di un buon diavolo; e un uomo sulla cinquantina, ci ordina di uscire dalla baracca e ci inquadra per cinque.



                               Ingresso nel campo



                                Interno di baracca

Dopo la conta, ci fa un discorso di circostanza, che viene tradotto da un militare italiano della G.A.F. (Guardie Alla Frontiera) di nome Romeo: praticamente dobbiamo obbedire a tutti gli ordini del caporale tedesco, siamo in un campo internazionale e non siamo sotto la protezione della Croce Rossa di Ginevra, per cui bisogna rigar dritti, per non subire rappresaglie. Infine ci viene letto il regolamento del campo. Da quel momento, ogni giorno, la sveglia "Aufstehen!" ci viene data alle cinque del mattino, dopo di che i tedeschi ci portano una gavetta d’acqua calda, che chiamano te, la nostra colazione, ci fanno pulire la baracca, ci contano ripetutamente, una sorta di temuto appello, poi ci portano sui luoghi di lavoro. Si fa un po’ di tutto, si spala la neve, si rimuovono le macerie, si scavano buche lungo le strade, si scaricano carri ferroviari, si rimuovono rotaie, si lavora nei campi e nelle miniere, solo raramente negli zuccherifici, meta di lavoro molto ambita dai prigionieri. Ogni giorno si fa un lavoro nuovo. La vita di prigioniero incomincia a pesare, si fa sempre più dura, e, come se non bastasse, alle sofferenze fisiche si stanno aggiungendo quelle morali: non giunge alcuna notizia da casa, si e perso ogni contatto con il mondo esterno. I giorni passano inesorabilmente uno dietro 1’altro, tutti terribilmente uguali e monotoni, ripetiamo sempre gli stessi discorsi, facciamo senza volerlo sempre gli stessi gesti, la desolazione e intensa. Di giorno in giorno viene distrutta in noi ogni forma di personalità e diventiamo, a poco a poco, simili a bestie, sporchi, pieni di pidocchi, con gli abiti ridotti a brandelli; inoltre non abbiamo calze e per scarpe usiamo degli zoccoli in legno di tipo olandese, abbiamo barba e capelli lunghi, siamo magri da far paura, col viso scheletrico e gli occhi che sembrano voler schizzar via dalle orbite. Siamo, pero, troppo affezionati alla vita per poterla lasciare in questo terribile campo. Per sopravvivere, quindi, abbiamo imparato a frugare negli immondezzai. Anche le bucce di patate appaiono come provocanti bocconi e non parliamo poi di qual- che patata cruda e marcia. La morte, pero, e li, sempre all’erta, proprio come le nostre sentinelle, non risparmia nessuno, soprattutto i più deboli che per gli sforzi fisici a cui sono sottoposti e per la mancanza di alimenti, si ammalano di tubercolosi. I tedeschi creano il "lazaret" per i prigionieri italiani, una baracca, la 45, che, oltre ad accogliere i malati di tubercolosi, ospita malati di tifo, di scabbia e gravi infortunati sul lavoro; e insomma una vera e propria sorta di lazzaretto che accomuna tutti nella stessa sorte....la morte. A curare, si fa per dire, i malati del lazaret, visto che manca- no medicinali, attrezzature mediche e soprattutto ogni forma di igiene, sono medici italiani aiutati da infermieri e cappellani. Poverini, fanno ogni giorno dei miracoli, per strappare alla morte i malati, lavorano senza sosta di giorno e di notte. Per questi ignoti, silenziosi eroi che lavorano in ombra, dubito che ci saranno medaglie o riconoscimenti, perché forse nessuno mai conoscerà il dramma che si sta consumando nel lager.