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Marzo 1945 Follingbostel giorno 27
Tra facce sempre più
insicure delle nostre sentinelle, tra bombardamenti degli aerei alleati
che si fanno vicini, giunge anche la primavera del ’45. Verso la fine di
marzo, precisamente il giorno 27, arriva al campo, mentre siamo impegnati
a lavorare in laboratorio, un militare tedesco con una divisa tutta nera
ed una fascia rossa al braccio con su la svastica.

La sentinella
E’ un militare della
Gestapo, molto temuto anche dalle stesse sentinelle tedesche, soffia forte
in un fischietto e ci fa cenno di tacere e di smettere di lavorare. In un
istante scende il più assoluto silenzio nel laboratorio; ogni prigioniero
attende con terrore l’eventuale comunicazione del militare della Gestapo,
comunicazione che non tarda ad arrivare e che si limita solo alla lettura
di tre numeri di matricola letti in lingua italiana – 158812 - 158817
– 159670. Sono proprio i numeri di matricola dei prigionieri che non
hanno aderito alla condizione di liberi lavorativi. La lettura di quest’ultimo
numero risuona nelle mie orecchie come una frustata, e proprio il mio
numero di matricola; che cosa dovrà ancora accadermi? Il nero militare ci
ordina di prendere lo zaino dalla baracca e di seguirlo, non possiamo fare
altro, facciamo quello che lui ha ordinato e lo seguiamo in un ufficio che
reca sulla porta d’ingresso la scritta: Scraibstube Commandatur M.
Stammlager XI – B. Ci lascia in consegna ad un soldato armato di mitra,
che dopo aver ricevuto alcuni fogli in consegna, gesticola e parla
animatamente, dopo di che saluta battendo i tacchi ed esce dopo averci
fatto segno di seguirlo.

Marcia di trasferimento
Comincia una lunga
marcia. Tra boschi, sentieri e terreno accidentato, si giunge in un
paesino dove un treno e pronto ad accoglierci. Il treno e affollatissimo,
ci sono tantissimi militari ed alcuni civili. La sentinella ci tiene sempre
sotto controllo con il mitra pronto a sparare in caso di fuga, ma la fuga
non e certamente la soluzione ideale per un prigioniero disarmato e
stremato da due anni di inferno. Proviamo a chiedere, ma senza risposta,
la nuova destinazione, mentre il treno parte tra il terribile rumore dei
bombardamenti alleati che da qualche tempo si fanno sempre più intensi e
vicini.
Durante il tragitto, subiamo anche un attacco dagli aerei alleati: oltre
alla paura che viene dall’ignota meta, c’e anche il terrore di essere
colpiti. Poi, finalmente, la corsa si arresta, il treno si ferma in aperta
campagna; da li con i compagni di sventura e la muta sentinella si
prosegue a piedi per molte miglia.
Noi siamo quasi distrutti dalla stanchezza, che pero sembra non toccare
proprio la senti- nella; tra la nebbia si intravedono le ormai familiari
torrette di guardia dei campi di concentramento.
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Stranamente il nostro
"angelo custode" in modo amichevole e con sorriso sulle labbra
ci dice che siamo arrivati alla meta; dopo di che ci consegna ad un
sottufficiale tedesco di guardia al campo. Il militare, dopo aver
controllato delle carte che immancabilmente ci accompagnano, fa cenno alle
sentinelle di farci entrare nel campo. Va via anche il militare che ci
scortava; ci troviamo ora soli nel campo, nessuna indicazione ci viene
data, per noi non ci sono ordini di alcun tipo. Incominciamo ad esplorare
il campo che sembra deserto. Non e difficile notare i segni di un recente
bombardamento: alcune baracche sono distrutte, altre bruciano ancora,
grandi buche confermano la caduta di bombe. Finalmente un militare
prigioniero francese ci viene incontro in compagnia di un legionario.
Parla molto bene l’italiano, e ci accoglie calorosamente, e da conferma
a quello che noi avevamo subito intuito: il giorno precedente al nostro
arrivo c’e stato un furioso attacco dal cielo, il campo e stato quasi
tutto distrutto, e molti ufficiali belgi e francesi purtroppo hanno perso
la vita. Dopo la triste notizia ci assegnano una baracca tutta per noi. A
dire il vero il fatto non ci entusiasma più di tanto, perché la baracca
e completamente al buio ed e gia abitata da topi di ogni grandezza. Noi,
poi, siamo completamente digiuni. Di militari tedeschi non c’e nemmeno 1’ombra,
si sente solo il vocio proveniente da altre baracche. Dopo una rapida
intesa con i miei compagni, esco scivolando tra le ombre della sera e
raggiungo una baracca vicina, dove mi accolgono dei prigionieri serbi a
cui spiego la nostra situazione e chiedo ospitalità. Uno di loro, che
riesce a capirmi, spiega agli altri la situazione e, dopo breve ed animata
"riunione di famiglia" un ufficiale pilota serbo ci comunica che
siamo i benvenuti. Ogni prigioniero serbo tira fuori dal proprio zaino una
porzione di viveri in scatolame per offrircela: noi restiamo sbalorditi ed
emozionati per tanta manifestazione di affetto e soprattutto di umanità,
parola che nel campo avevamo quasi dimenticato, o meglio, che i nostri
carcerieri avevano cancellato dal loro vocabolario. Ci offrono poi delle
sigarette e ci dicono di star su con il morale, perché fra non molto gli
alleati saranno fra noi; infatti i bagliori che si susseguono nella notte
insieme alle cannonate stanno ad indicare il loro imminente arrivo.
Il nuovo campo, Stalag X-C, si trova a Niemburg, (altra notizia che ci
viene comunicata dai serbi) e sarà la nostra dimora solo per poco tempo
ancora. La liberazione e vicina. Dopo alcuni giorni di permanenza nel
campo, alcuni soldati tedeschi, i primi visti dal nostro arrivo, ci
prelevano dalle baracche e ci aggregano ad altre squadre per portarci
fuori a lavorare. Il lavoro non si presenta dei più riposanti: dobbiamo
rimuovere dalle rotaie delle stazioni bombardate i cumuli di macerie,
lavorando senza alcuna sosta. Alla fine di ogni giorno ci aspetta una
bella e lunga marcia per il ritorno al campo. Ogni giorno ritorniamo
sempre più tardi e ad aspettarci troviamo una zuppa, oramai fredda, di
gran lunga peggiore di quella di Fallingbostel. Fortunatamente compensiamo
con le riserve di alimenti offerteci dai serbi. La notte che ci attende e
da incubo: i bombardamenti fanno tremare le baracche, e anche se forse
annunciano l’avvicinarsi degli alleati, mettono veramente tanta paura. I
francesi ed i serbi passano la notte a fare degli strani calcoli sulla
distanza che ci separa dagli alleati: si basano sui bagliori provocati
dalle bombe e sui relativi botti e lo fanno anche divertendosi.
Guardandoli, non so perché, mi sembra di stare al cinema. |