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8 aprile 1945 - Niemburg

E’ una giornata dall’aria pungente e molto strana, sento proprio che qualcosa di grosso sta per succedere. Non ho chiuso occhio tutta la notte e i nervi, nonostante la piacevole compagnia dei prigionieri serbi, sono a pezzi. E’ mattino inoltrato e stranamente i tedeschi non vengono a prelevarci per scortarci al lavoro. I serbi sono allegri e cantano canzoni della loro terra, cercano di coinvolgerci, ci dicono di stare su con il morale, perché ci saranno delle grandi e belle novità.


Interno di baracca

E’ bello ed incoraggiante sentir dire queste frasi, ma per adesso non riusciamo ancora a comprendere le cause di tanta euforia. Intanto e giunto un gruppo di ufficiali tedeschi (uno di loro deve avere dei gradi molto elevati, poiché tutti gli si rivolgono in modo molto ossequioso) che riuniscono tutti i prigionieri, dopo di che fanno delle comunicazioni ad una guida francese. Purtroppo non riusciamo a comprendere quello che la guida traduce e facciamo un po’ quello che fanno i serbi. Alla fine del comunicato sciogliamo le righe e rientriamo in baracca. Qui succede qualcosa di molto strano: tutti preparano in modo nervoso lo zaino, mettendoci dentro, frettolosamente, le proprie cose. Provo a chiedere al capo serbo il perché di questa fretta e di questi preparativi e questi, in dialetto veneto, mi spiega che bisogna evacuare il campo entro due ore, poiché e cominciata l’invasione di Niemburg da parte delle forze alleate.


                              Prigionieri in marcia

Fortunatamente, per l’occasione, il nostro bagaglio si riduce a pochissime cose, mentre i serbi, che hanno enormi bagagli, per la maggior parte viveri, ci chiedono di aiutarli nel trasporto, in cambio di scatolame vario.  Con il nostro leggerissimo zaino ed una parte dei bagagli dei serbi, ci mettiamo in marcia nel giro di due ore, come ordinato. Purtroppo anche per questa ennesima forzata marcia vige il solito regolamento "nessun prigioniero deve rimanere indietro assolutamente" e chi e impossibilitato a marciare viene ammazzato con raffiche di mitra ed abbandonato lungo il percorso.  Formiamo una lunga e pittoresca colonna, in fila per cinque, e numerosissima e la nostra scorta, formata da tedeschi in pieno assetto di guerra, da cani ferocissimi e da staffette motorizzate che controllano l’intera colonna. La marcia e dura e faticosa in quanto il terreno argilloso rende più difficile il cammino, si sci- vola nel fango ed e sempre più difficile rialzarsi. Come se non bastasse, gli aerei delle truppe alleate ci scambiano per truppe tedesche in movimento e iniziano un interminabile attacco.  tuffarci nel fango per mimetizzarci e non essere colpiti, ma sono sempre meno i prigionieri che si rialzano e molti lasciano la loro vita colpiti dai mitragliatori degli aerei. Ora la nostra marcia prosegue più al riparo nei boschi: marciamo per tre chilometri e poi rispettiamo una pausa di cinque minuti, durante la quale cerchiamo di improvvisare delle bandiere di riconoscimento con il simbolo della Croce Rossa. Nonostante ciò non otteniamo alcun risultato: gli aerei sbucano dappertutto, ci inseguono nella boscaglia e ci sparano addosso attraverso gli alberi. E’ un vero e proprio massacro, una mattanza in grande stile. La colonna marcia attraverso i boschi e si assottiglia sempre di più, mentre accade una cosa inspiegabile: militari tedeschi appostati in strane buche con la sola testa fuori, appena ci individuano, sparano all’impazzata e i tedeschi di scorta rispondono, ci troviamo tra due fuochi. Le sentinelle ci impongono di alleggerire lo zaino e di proseguire la marcia più velocemente, poiché la meta e vicina. Mi libero di quelle poche cose ancora rimastemi, con eccezione del diario, che spero di portare a termine e di alcuni effetti strettamente personali.

11 aprile 1945

Oramai e spuntata l’alba di questo terzo giorno di marcia; e della meta che doveva essere cosi vicina non se ne vede neanche 1’ombra. Camminiamo sempre attraverso boschi per non farci colpire dagli aerei alleati e continuiamo a lasciarci dietro i corpi di tanti prigionieri che un po’ per le ferite subite dagli attacchi degli aerei, un po’ per tragiche condizioni generali segnate ancor più dalla stanchezza, non hanno retto a tanto. Marciamo con la morte nel cuore attenti a non calpestare i corpi dei nostri compagni abbandonati sulla nuda terra, poi finalmente superiamo i boschi e le campagne per giungere in un paesino che ha un’aria familiare. E’ Fallingbostel: dopo tanto peregrinare siamo tornati alla base di partenza. Giungiamo in breve tempo al campo 357 dove occupiamo la stessa baracca dei vecchi tempi e ritroviamo i nostri vecchi compagni che ci accolgono con affettuosi abbracci. Molte cose sono cambiate anche al campo 357; la cosa che pero più stupisce e la quasi completa assenza di soldati tedeschi. Infatti siamo liberi di girare per i recinti, cosa prima impensabile.